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1997

(1996 - 1997 - 1998 -1999 - 2000)  

 4.1.1997. «Schiacciato dal peso delle parole che so». C’è una forma di erudizione che impedisce i movimenti, come accade ai tramps che si portano dietro, ogni giorno, tutto quello che possiedono. La frazione di tempo necessaria alla comprensione ininterrotta di ogni singolo evento o incontro del flusso quotidiano non permette, per quell’attimo, l’azione; ma attimo dopo attimo è un’intera vita che se ne può andare.

 Impossibilità di risalire alla forma originale di un pensiero quando questo sia stato comunicato e compreso - cioè, il che è lo stesso, rielaborato - da altri; ogni pensiero è a incastro, e quando si compone con un altro elemento la distinzione diventa impossibile (solitamente anche per chi l’ha pensato).

 Spleen della striscia serena all’orizzonte la sera, «quando ormai è troppo tardi».

 Musica «bella e strana» nel primo tempo del quartetto beethoveniano op. 127 (Lucca). Qui la stranezza si avvicina allo sguardo assente che caratterizza la bellezza, e di quest’ultima non è il presupposto ma come una conseguenza necessaria (se si dicesse «strana e bella» sarebbe quindi una cosa diversa).

 L’avvento dell’isocronia sillabica è il sintomo di una velocizzazione della lingua, e quindi anche del pensiero; e procede di pari passo all’atrofia del periodare classico. I greci più antichi invece si prendevano il loro tempo sia per pronunciare le vocali, sia per elaborare i pensieri, i quali nascono così già segnati da una complessità che li rende incomprensibili a un eventuale ascoltatore moderno che li ascoltasse recitati - a velocità moderna - in traduzione (Tucidide, dialoghi platonici).

 8.1.1997. «Al confronto, è una bazzecola che.» Nel linguaggio onirico ciò che emerge al conscio è la struttura di passaggio: fra due entità linguistiche perfettamente inconscie. Ammesso che tali entità esistano überhaupt, e che non sia invece la formula di transizione a emergere come tale, come portatrice di una pulsione generalmente trascurata nel discorso di veglia, dove invece tutta l’attenzione è assorbita dagli elementi pesanti del discorso. Il sogno è il luogo privilegiato di esercizio delle pulsioni minoritarie.

 9.1.1997. Per formalizzare meglio una nota precedente. La durata della comunicazione, ignota allo schema di Jakobson, è invece specchio fedele dei rapporti profondi con lo strumento linguistico; l’accelerazione del flusso comunicativo - testimoniato da modifiche strutturali della catena fonica, quali la natura dell’accento e la quantità sillabica - segna i veri momenti di passaggio da una cultura all’altra. Nella medesima prospettiva si pone la sostanziale differenza fra comunicazione acustica - non solo verbale spontanea, ma anche recitata sulla scena, o mediata dalla lettura ad alta voce - e lettura silenziosa, essendo quest’ultima un procedimento di accelerazione del meccanismo di ricezione impensabile, nella sua forma moderna, per un intellettuale antico. Contemporaneamente al definitivo trionfo del cristianesimo e dell’isocronia sillabica, alla fine del IV d.C., Ambrogio suscita lo stupore di Agostino con la novità di «leggere un libro in silenzio e senza pronunciare le parole» (nel sesto libro delle Confessioni, ricordato da Borges in Otras inquisiciones).

 «Was bleibt». Solo in apparenza ciò che permane dell’antichità è un ricordo visivo; la documentazione è invece assai più acustica che non iconica, dato che il linguaggio è, nella sostanza, un suono. Ciò che ha attraversato spazio e tempo non è certo l’immagine - che è in realtà ricostruzione di fantasia e quindi illusione - e nemmeno la musica, che è naufragata del tutto, ma il rumore - proprio quello rimpianto da Leopardi - e un linguaggio ridotto a puro flatus vocis.

 10.1.1997. Ogni volta che si enuncia un principio etico, ma anche ogni volta che si prova un’emozione in rapporto a un fatto o a un’idea (e perciò quasi in ogni istante), si rientra nella storicità. L’investimento pulsionale ci include in quel sistema che volevamo giudicare dall’esterno, perché in un momento successivo sarà esso stesso, a sua volta, oggetto di un giudizio di valore. Di conseguenza, ogni giudizio negativo è sempre e comunque storico; fra i giudizi positivi resta quello che riguarda la ricerca di oggettività, proprio perché ha caratteristica di ricorsività, la quale è ineliminabile; quando anche quest’ultimo giudizio di valore sarà da invalidare, non solo verrà meno il concetto di storia, ma anche la motivazione individuale a ricercare il senso di un tale concetto.

 Il killer idiota che uccide senza ragione, automaticamente (Q. Tarantino). Mai come in questo caso è evidente la superiorità del killer sulla vittima; quest’ultima non trova neppure una motivazione per morire, se non la motivazione ipermoderna di trovarsi casualmente in quel dato posto in quel dato momento; il primo invece si identifica pienamente con la forza della realtà vera, che ha come unica motivazione l’automatismo. In tale identificazione il killer piega il reale alla propria esistenza, proprio in quanto gli rifiuta il tributo di una interpretazione, e contemporaneamente percepisce la propria superiorità verso chi perde tempo appunto a interpretare, dato che ogni interpretazione che non si identifichi è in realtà solo dissimulazione. La superiorità del killer poi acquisisce forza dimostrativa perché si esercita sul valore gerarchicamente più alto nella scala della doxa, e cioè la vita. La para-dossalità del killer lo pone nella sua coscienza individuale (e in quel territorio extra fines che è la finzione cinematografica, dove anche il paradosso ha un suo statuto, anche nella coscienza collettiva) all’interno di una élite, i cui membri si riconoscono e comunicano - sia pure con un linguaggio prevalentemente non verbale. Abbiamo dovuto aspettare il cinema per prenderne veramente coscienza. Per raggiungere questa piattaforma, tanto più alta di quelle cui è abituata, la letteratura ha dovuto e dovrebbe camminare sul filo teso dell’avanguardia; ma ormai questo non è più neppure un filo teso, quando la letteratura è partita forse lo era ancora, ma nel frattempo qualcuno lo ha tagliato vicino al palo di arrivo, e non solo non arriveremo più, ma stiamo già cadendo.

 Grande abilità kafkiana nel nascondere le microsuture, i passaggi narrativi dove minore è la tenuta razionale. Così l’affermazione «distratta» dello zio quando apprende che il processo non si celebra «davanti alla giustizia ordinaria», affermazione che palesemente - e forse anche nell’intento di Josef K. che la pronuncia - era preambolo a una spiegazione più approfondita, la quale però, proprio per l’assunto di base del romanzo, è tecnicamente impossibile. Così lo zio dice solamente: «Das ist schlimm» e con questo rinuncia a ulteriori spiegazioni, né si chiarisce meglio di fronte allo stupore dello stesso K. (che è anche lo stupore di chi legge), ma si limita a ripetere le stesse parole. Come per la comparsa del sorvegliante nel primo capitolo, K. e il lettore devono «accettare di per sé» l’immediata comprensione dello zio. - Altrove invece l’inimmaginabile persecuzione della legge viene velata dall’uso di una metafora perfettamente assimilata al linguaggio corrente («Sie hetzen dich» è l’avvertimento di Leni che K. riceve per telefono prima di andare al duomo, o «essere semplicemente cancellato» è la conseguenza della perdita del processo nella previsione terrorizzata dello zio) oppure da uno Sprichwort: «Einen solchen Proceß haben, heißt ihn schon verloren haben». Il «modo di dire» è inesistente solo a metà, perché nasce dall’applicazione a un oggetto fittizio di un tòpos corrente, che riguarda in particolare le malattie incurabili.

 Piccole malignità di Kafka. L’avvocato Huld è molto conosciuto come «Armenadvokat».

 12.1.1997. Il pensiero quotidiano è per sua natura innanzitutto ripetitivo, e ciò anche a motivo della libido connessa ai pensieri cui siamo abituati. Il testo filosofico, nella sua redazione finale, è invece concentrato e innovativo, perché rappresenta la contrazione in un solo punto di molti piccoli progressi, inizialmente gelidi anche per chi li compie. (Lo stesso processo è osservabile nel macrotesto della cultura in generale, dove l’innovazione, come nell’individuo, risveglia sempre poco «calore». Non è facile affezionarsi alla infrazione delle nostre coazioni a ripetere).

 La liricità propriamente detta è in Kafka assente. E anche questo in rapporto alla modernità: il sentimento individuale e il predominio della forma non possono in alcun modo essere inseriti nella misurabilità del piccolo incidente quotidiano, nella geometrizzazione dei rapporti interindividuali. Anche la luce della luna (che da Saffo in poi è preludio quasi automatico del sentimento lirico) si ritaglia «in due piccoli quadrati» nello studio dell’avvocato Huld.

 Alcuni pensieri che durante la vita dell’autore sono in prima linea, o comunque vengono ripetuti ricorrentemente, scompaiono o sono tràditi per via extratestuale (testimonianze, influenze indirette) semplicemente perché la ripetizione così frequente sembra esentarli dalla necessità di scrittura. E’ per questo che tanto spesso il testimone giudica grande la distanza fra l’immagine del suo ricordo e quella che nasce dal testo (in questo senso, e solo per questi casi, la ragione è dalla parte del testimone).

 13.1.1997. Havelock: l’avvento della scrittura come presupposto dell’invenzione di una storia della filosofia: «Fu proprio la “testualizzazione” a rendere questa invenzione inevitabile. Non appena il linguaggio del pensiero divenne alfabetizzato e dunque quasi una cosa visivamente percepibile, sorse spontaneamente la questione della sua genesi e, con il moltiplicarsi delle speculazioni scritte, un’ulteriore questione fu posta, quale fosse cioè la successione cronologica di questi documenti, e in che rapporto fossero gli uni con gli altri. Fino alla morte di Socrate, i preplatonici furono estranei a simili questioni.» (Alle origini della filosofia greca, Bari 1996, p. 44).

 La linea della storia, per collegarsi a un pathos e a una valutazione morale, deve essere obliqua; in salita, come per Marx, o in discesa, come per Esiodo o Spengler. Il difficile è accettare e far accettare una linea orizzontale, dove «eadem sunt omnia semper», un linea tanto poco emozionale quanto però aderente al reale. La filosofia della storia deve ancora elaborare le sue giuste metafore.

 16.1.1997. Gestualità praghese dei personaggi kafkiani; soprattutto nei personaggi diversi dal protagonista, dove la forza dell’immagine ha le sue radici nella densità delle possibili interpretazioni.

 17.1.1997. Siamo solamente ciò che non sappiamo.

 Josef K., il cui sguardo incessante si riversa nello stesso flusso narrativo del romanzo, costituendone l’asse portante, subisce il rovesciamento per contrappasso quando diventa lui stesso spettacolo («Schauspiel») per la vecchia del palazzo di fronte, per le ragazze nell’atelier di Titorelli (quando si toglie la giacca: «und man hörte wie sich alle zu den Ritzen drängten, um das Schauspiel selbst zu sehn.»).

 21.1.1997. Giovane che si guarda nella vetrina per spettinarsi. La scelta deliberata del disordine.

 S.  Il reparto (che è poi la patologia chirurgica di dieci anni fa) con le volte a catacomba, fatte di mattoni rossi, che «peggiorano l’acustica». La sensazione netta di un brusio perenne, che aumenta il senso di disorientamento.

 Altro S., basato sul ricordo dei filobus dell’adolescenza, quando l’1 e il 3 arrivavano alla stessa fermata, ma uno dei due percorrendo come a ritroso tutta la linea; non importava quindi molto sbagliare, solo si sarebbe perso un po’ di tempo.

 Prologo dell’Ifigenia goethiana: «Und gegen meine Seufzer bringt die Welle / nur dumpfe Töne brausend mir herüber». Didone e Arianna, che certo si nascondono nello strato connotativo del testo, lo rendono come più rotondo e familiare. La connotazione è come gli armonici che arricchiscono la singola nota di un buon strumento.

 Diverse tonalità del Veilchen goethiano (1773). Vittimismo un po’ rococò, da serenata comica (è il senso originario, data la destinazione al Singspiel Erwin und Elmire, dove è cantato da Erwin sotto la finestra di Elmire che lo ha maltrattato. E anche la versione di Mozart è vicina a questo spirito). Però, al contempo, c’è sicura contiguità non solo cronologica ma anche tematica con il Werther, che prende ben più sul serio la morte «attraverso l’amata» nell’episodio delle pistole («und sterb’ ich denn, so sterb’ ich doch / durch sie, durch sie...» e delle pistole Werther dice: «Sie sind durch deine Hände gegangen, [...] und du, Lotte, reichst mir das Werkzeug, du, von deren Händen ich den Tod zu empfangen wünschte, und ach! nun empfange.» HA VI, 121).

 «Ich kann ein Differentiale finden, und einen Vers machen; sind das nicht die beiden Enden der menschlichen Fähigkeit?» Kleist a Ernst von Pfuel, 7.1.1805.

 22.1.1997. Le tre impossibilità di Gorgia sono sul piano sostanziale espressione del relativismo sofistico in quanto danno per scontata la possibilità che, ogni volta, l’espressione precedente sia erronea; un filosofo rigoroso si sarebbe fermato alla prima proposizione. Ma sul piano formale e stilistico questa forma di avvicinamento progressivo per mezzo di autocorrezioni paratattiche prefigura uno degli stilemi kafkiani più importanti.

 Kerferd ipotizza la possibilità che dal Cratilo nasca tutta la filosofia platonica (p. 127). Ciò può essere vero più di quanto creda egli stesso (e più di quanto avrebbe ammesso Platone) se si legge il testo come il fondamento teorico non solo del linguaggio in generale, ma anche del linguaggio filosofico in particolare. Dato che dire «è» non basta più, bisogna divaricare la realtà e le parole, creando quell’entità puramente linguistica che sono le idee. Ammesso questo, si aprono spazi immensi, anche se fittizi, di sviluppo della filosofia attraverso il modificarsi del suo linguaggio, incomincia la storia della filosofia, incipit tragoedia.

 Josef K. allo specchio: è sempre un Taschenspiegel, che estrae appena uscito dalle cancellerie, dopo aver ripreso fiato, e quando, durante il colloquio con il commerciante, controlla le proprie labbra.

 24.1.1997. Uno sguardo intelligente, pieno di odio.

 Firenze. Il momento in cui si buttano i libri in un angolo, e ci si butterebbe volentieri anche il principium individuationis.

 Scivolare attraverso la quotidianità nella incessante coscienza degli universali. Il quotidiano è autoreferenziale per principio.

 25.1.1997. Umidità, scirocco e luce obliqua. Paura e disorientamento, come nei sogni in cui si fa il bagno in mare in pieno inverno.

 Il killer deve guardare la vittima negli occhi; altrimenti non è killer in senso proprio, ma più banalmente uno strumento casuale di una disgrazia qualsiasi.

 Nel dormiveglia, capacità decuplicata di rievocare i dettagli del ricordo. In un ristorante di Rodi, ottobre 1995.

 30.1.1997. Il merito più grande della maieutica socratica - quello che altri chiamerebbero il suo razionalismo - è l’abitudine alla puntigliosa misurazione delle distanze fra linguaggio e realtà. «Vediamo cosa vuole veramente dire ciò che hai detto». E’ il tentativo di depurare la confutazione dai residui emotivi che si manifestano come imprecisione lessicale; tentativo che fallisce solo quando, per confutare una affermazione imprecisa, si fa ricorso al topos, il cui valore di referenzialità è solo apparente.

 La intensità di senso nella leggenda e nella sua esegesi. E’ come se le proprietà comunicative della lingua si moltiplicassero prodigiosamente, e questo non per una dispositio retorica dello strumento formale, ma per una radicale congruenza dei referenti, una intensificazione della referenzialità che certo ha rapporto con l’isotopia - con il sovrapporsi parziale di diverse direttive di senso che tuttavia riescono a trovare un senso comune, un sinergismo concreto della comunicazione. Così anche nel passo sul vero e il necessario, e la indimenticabile replica di K., che ha la funzione di definire quanto precede anziché confutarlo.

 «E l’amore ha l’amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento».

 La pluralità delle interpretazioni come espressione di disperazione: ma disperazione per cosa? Le citazioni vanno esaminate fino all’ultima parola: è la disperazione per la immutabilità del testo. Questa però può essere conseguenza solo della morte dell’autore, che fissa l’immutabilità di ciò che è detto. Le leggi sono immutabili perché il legislatore è sempre un morto. («Le regole non cambiano mai»).

 31.1.1997. Il torto che si fa a Kafka leggendolo come scrittore unheimlich riflette l’errore di prospettiva del lettore premoderno, che non riesce a disporsi nella direzione di autoreferenzialità del testo. Esiste certo un pathos, ma è connesso all’atto letterario in sé, non a un improbabile messaggio - inevitabilmente disforico - che quell’atto letterario dovrebbe mediare.

 Il doppio pedale dell’analisi linguistica e dell’emozione esaurisce le possibilità di conoscenza della realtà, che alla fine affrontiamo sempre con questa metodica binaria. Quanto più separati i pedali, però, tanto meglio è.

 4.2.1997. Come nei sogni, così anche in Kafka non bisogna decidere «cosa vuol dire», ma piuttosto «quali associazioni» (con altre parti dell’opera) si possono istituire.

 12.2.1997. Aristotele, Soph. El. 165a. L’ammirevole progetto di far coincidere la struttura del linguaggio e quella della realtà è fallito in partenza; se la «confutazione sofistica» gioca sull’insufficienza del linguaggio per costruire il proprio mondo parallelo - e irreale - tuttavia proprio in quella insufficienza si dimostra non la difettosa relazione, ma la incommensurabilità reciproca del linguaggio e del reale. Mentre la descrizione procede per quanti indivisibili, che sono le parole (e/o i lÒgoi), le cose sono invece ¥peira; proprio in questa differenza si nasconde il motivo per cui il linguaggio non può cogliere l’essenza di una fÚsij non verbale.

 Chi è realmente deviante, ma ama affermare la propria superiorità, preferisce sempre negli altri la normalità, almeno esteriore. C’è in questo il piacere di affermare il proprio essere eterodosso in un habitat di uniforme ortodossia.

 S.  Il motore di ricerca per i sogni dimenticati, che vengono ritrovati e listati in ordine di importanza (con tanto di icona).

 13.2.1997. La «Netz-Angst» è la stessa angoscia che Kafka provava nei confronti del telefono, ma centuplicata dal fatto che la parola qui è solo scritta, mentre eventuali suoni sono (per lo più) registrati; a differenza della comunicazione epistolare poi il pensiero, la scrittura e la lettura sono pressoché contemporanei, come se gli interlocutori (reciprocamente invisibili) fossero colpiti da afonia e dovessero comunicare con improvvisati biglietti. Qualcosa di simile ai foglietti che lo scienziato di The Fly passa alla moglie sotto la fessura della porta. - Inoltre una accessibilità reciproca così estesa e totalizzante rende in pratica inutile e inosservata ogni parola. La frase viene buttata nella rete come nel mare un messaggio in una bottiglia, nella speranza che arrivi, casualmente, a un destinatario qualsiasi. (In realtà di solito non arriva a nessuno e la comunicazione non si realizza e dunque, in assenza di comunicazione, il messaggio cessa la sua funzione di segno. Il bit che dovrebbe essere portatore di un senso torna a essere pura energia; nell’ampiezza della rete la materia torna a essere se stessa).

 18.2.1997. Il tribunale di Josef K. e il tribunale rabbinico nel Dybbuk di An-Ski. Una religione ortoprassica di nessuno si fida meno che della giurisprudenza ordinaria, la validità della legge parallela è, nella quotidianità, ancor più evidente. Ma, per evitare vecchi equivoci banali: il Gericht del Processo non è un tribunale rabbinico, piuttosto entrambi hanno origine comune da una coscienza ebraica, da un modo ebraico di disporsi di fronte alla legge. - Qui è forse anche l’origine della «quotidianità» kafkiana: l’ortoprassia (la regola alimentare, il numero quotidiano di preghiere) non ha niente a che fare con il pathos della grande scelta di vita. La legge ti aiuta a vivere ora e qui. Chi ne è al di fuori non vive nell’inferno vero, ma nella meschinità del piccolo incidente quotidiano.

 20.2.1997. Le labbra di Josef K. Predittive della condanna nella superstizione riferita da Block; oggetto metonimico di ogni sua possibile obiezione verbale, di cui la signorina Montag si appropria con lo sguardo incessante («fortwährend»).

 21.2.1997. Quando invece il testimone ha torto. Non va mai dimenticato che una vera comunicazione orale è impossibile, e questo non solo per la difficoltà di esprimersi con precisione durante la conversazione, ma anche per altri due buoni motivi: l’inopportunità di essere precisi (il contesto, che poi sarebbe una specie di contratto emotivo sulla cui base si svolge la conversazione, esclude un esame diretto dei fondamentali) e, ancor più semplicemente, la mancanza di tempo, l’impossibilità di svolgere un ragionamento compiuto nei pochi minuti disponibili prima di essere costretti a concedere la parola all’interlocutore. Invece solo la scrittura consente la comunicazione.

 22.2.1997. S. GL. e la follia. La razionalità è funzionale alla comunicazione (è questo l’aspetto che si vuole sottolineare quando si afferma che la scientificità è, più precisamente, intersoggettività); ma anche questo solo quando manchi un accordo preventivo che consenta a chi ascolta di capire un discorso basato sui sottintesi. Irrazionale è comunicare alludendo programmaticamente a concetti che si sanno ignoti al destinatario. Questo è tipico della paranoia, o anche della trasgressione quando sia all’apice del disprezzo.

 Epistolario kafkiano: una delle condizioni che più favoriscono la produzione verbale è quando la velocità di pensiero e la velocità materiale di scrittura coincidono. Allora il linguaggio si dispiega nella sua massima energia, in piena coerenza interna, tutto viene afferrato, per così dire, dall’ampiezza di un unico sguardo. E ciò si dimostra in forma esemplare nella scrittura non narrativa; dove lo sforzo di coerenza manca e linguaggio e scrittura si manifestano nella loro realtà «ingenua».

 25.2.1997. «Nettezza di contorni» della musica barocca, o di certa pittura trompe l’oeil dove la precisione dei confini non esclude l’incomprensibilità del tutto. Al contrario, l’imprecisione dell’arte romantica ha come strumento la valorizzazione del confine indistinto, un luogo dove lo stesso territorio ha due padroni; e l’impressione che se ne ricava, rispetto a quell’altra arte, è di irrazionalità, quella irrazionalità che deriva dal chiamare con nomi diversi la stessa cosa.

 «Stare con Goethe» per il tempo della citazione (Sgalambro, Teoria della canzone, p. 23), questa è una forma vera di consolazione, perché trasferisce su noi stessi quel sentimento di «fester Boden» (Iphigenie, 1528) che Goethe amava più di ogni altro. La compagnia di Goethe è un modo di esorcizzare la Verwirrung senza però dimenticarne l’esistenza.

 26.2.1997. Il modo più contemporaneo di concludere è lo sfumare. Non è vero che la canzone debba finire nel tempo segnato (Sgalambro, cit., p. 34): al contrario essa entra spesso in un loop che potrebbe continuare all’infinito (ed è questo ciò che vuole segnalare la progressiva diminuzione del volume sonoro, il ripetere continuamente un motivo mentre si passa in sottofondo. Essendo il volume la componente più povera di «segno», la musica viene estinta nel modo più indolore, perché possa continuare nella memoria di chi la ascolta). - Questo modo di concludere senza concludere era sconosciuto in precedenza. L’unico precedente, mi sembra, nella conclusione del Lied von der Erde, dove ciò che sfuma è il canto sulle parole «ewig, ewig» che, ingenuamente, prolungano l’addio all’infinito, ma solo sul piano verbale e concettuale. La musica da parte sua finisce regolarmente con un accordo.

 Inopportunità del concerto e del teatro. Dovuta da un lato alla sopravvenuta possibilità di trasferire la rappresentazione artistica su un supporto tecnico che ne garantisce la riproducibilità, sottraendole al contempo l’indispensabilità; ma soprattutto al carattere democratico dell’odierna forma di rappresentazione («siamo qui tutti insieme ad ascoltare»: la platea livella), che inizia a dare la nausea in una cultura già così livellata dalla televisione. E’ infine una inopportunità dovuta al fatto che la rappresentazione obbliga a un rapporto troppo stretto con l’artista, che ci mette in imbarazzo. Abituati alla mediazione del libro o del supporto tecnico, il fatto stesso che l’artista sia lì in carne e ossa a dare prova di se stesso ci sembra un fatto, come dire, di cattivo gusto.

 L’intera giornata all’ombra di: «Anche la vista mi sta scappando. Sono a pezzettini». Detto inforcando occhiali dalla montatura di metallo sottile.

 L’«abbandonarsi al destino» come espressione ultima della rinuncia alla volontà di imposizione dell’io, quando il protagonista (parola che già di per sé presuppone un’individualità) desidera che le parole del copione finiscano alla svelta, per confondersi di nuovo con il flusso privo di sé caratteristico dell’inorganico. Così Ecuba:

«ple‹ kat¦ porqmÒn, ple‹ kat¦ da…mona,

mhd pros…sth prùran biÒtou

prÕj kàma plšousa tÚcaisin»

                        Eur., Troades, 102-104.

 Il rimandare un piacere come forma di consolazione, è come preferire la caccia in sé alla festa per il bottino. D’altronde nessun condannato può gustarsi veramente l’ultimo pasto.

 3.3.1997. «Delirio e disordine» invocati sulle pareti dell’ascensore nella biblioteca della SNS.

 Cratilo, 440a: solo ciò che è fermo può essere conosciuto. «'All/oÙd gnîsin enai f£nai e„kÒj, ð KratÚle, e„ metap…ptei p£nta cr»mata kaˆ oÙdn mšnei». La mutevolezza del tutto impedisce l’attività onomaturgica.

 7.3.1997. S. Una risposta efficace a una battuta ostile, in piedi appoggiando le ginocchia al bordo del tavolo, piegandosi leggermente in avanti. Responsabilità «non solo verso se stesso, ma anche verso gli altri» (che è in realtà l’inversione della battuta di origine). Analogamente, S. di mia madre sui lavori «socialmente utili» e, nel Proceß, il piacere di Josef K. nel percepire il silenzio attento della sala, sul quale si collocano le sue ben costruite frasi di protesta. Il piacere della propria competenza linguistica come tratto tipicamente onirico (e quindi, all’inverso, il piacere della «bella letteratura» come tentativo di rievocare il piacere onirico).

 In Josef K. c’è inoltre il piacere che deriva dall’illusione di potere, con la propria competenza linguistica, addirittura cambiare il reale. E’ però un’illusione che dura poco («Hatte er die Leute nicht richtig beurteilt? Hatte er seiner Rede zuviel Wirkung zugetraut?»). E’ la punizione per l’ipocrisia precedente, nella quale si applicava il modulo shakespeariano che svilisce le proprie capacità retoriche per accrescere quelle, ipotetiche, dell’avversario («Ich will nicht Rednererfolg [...] Der Herr Untersuchungsrichter spricht wahrscheinlich viel besser, es gehört ja zu seinem Beruf.»). Quando invece la fiducia in se stesso crolla, K. si accorge che era proprio sulla sua Rede che aveva fondato ogni speranza.

 Il panda in cattività. La tristezza della specie in declino si manifesta evidente anche quando vengano ricostruite le condizioni ottimali di ambiente.

 14. 3.1997. Cultura e complessità. La reazione emotiva, dal Witz alla commozione tragica, è fondata sulla capacità dell’inconscio di calcolare, elaborando e integrando in pochi istanti strutture di alta complessità. Seguire, almeno per un breve tratto, il percorso reale di questo calcolo è il compito della critica (e non della psicologia).

 17.3.1997. Kleist e il disorientamento. La tragicità kleistiana, che consegue a una assenza dell’io, è in fondo sempre una tragicità degli altri. Il protagonista «viene meno», tutto si svolge a suo danno, ma anche a sua insaputa.

 25.3.1997. «Se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?»

 26.3.1997. Il miracolo si muove sempre sul piano del linguaggio, ed è precisamente per questo che si trova sempre sulle sabbie mobili. Del linguaggio è costretto ad accettare l’ambiguità, mentre questa dovrebbe essergli, per principio, preclusa (cosa vuol dire «fermare il sole»? L’uomo che sapeva fare miracoli di Wells sperimenta sulla sua pelle l’imprecisione del proprio comando. Ma è impreciso anche il miracolo che ne consegue). Inoltre il linguaggio si estende nel tempo e non ne prescinde, il miracolo è invece per sua natura non solo momentaneo, ma tanto rapido da non essere concepibile in termini di tempo. Così nella questione della transustanziazione (nella quale il miracolo si realizza sulla parola «est»; la quale però non è affatto momentanea, e dunque il problema, a rigor di termini, non è affatto risolto. Oppure forse lo è, ma in un altro senso: nel senso parmenideo di assumere «est» come la parola unica della filosofia, che prescinde dal tempo anche nella sua formulazione. Ad operare il miracolo non è quindi il significante della parola, ma il suo senso. Questo però dovrebbe essere al di fuori dell’ortodossia).

 Il testo kafkiano è immutabile in quanto parabola, in quanto cioè partecipa della immutabilità dei testi scritturali. Come nel testo ispirato nulla si può mutare perché tutto, anche l’ordine delle lettere, è miracolosamente colmo di senso (da cui la giustificazione dottrinale della Kabbalah), così tutto in Kafka ha senso, non in forza di una ispirazione soprannaturale, ma per la necessità letteraria della dispositio. Così le varianti del manoscritto sono la traccia di una ricerca istintiva di congruenza che porta, alla fine, a una sorta di immutabilità. Ogni variante, anche minima, sposta visibilmente il senso del testo. Così ad esempio nel Prügler: K. ritrova i due sorveglianti vestiti secondo il manoscritto, svestiti secondo Brod. La differenza è sostanziale (non è dunque un’azione interrotta che riprende, ma un’azione ciclica che ricomincia).

 31.3.1997. Cometa di Hale-Bopp.

 1.4.1997. Non è una critica seria il far notare che «lo ha già detto qualcun altro». Magari un pensiero è già stato detto, ma in modo da non farsi sentire. Anche il volume con cui si enuncia ha importanza.

 Coincidenza fra storicità e affettività.

 2.4.1997. Da sempre e per quanto riesco a ricordare, amore per il disordine: rigorosamente negli altri però, e mai in me stesso.

 3.4.1997. «Libera [...] de poenis inferni et de profundo lacu» (Officium defunctorum).

 5.4.1997. Polifemo e l’esametro. La letteratura fantastica è in qualche modo generata dalla convenzione metrica; la non naturalezza del «parlare secondo un ritmo» impone una convenzione grazie alla quale ogni deviazione dal realismo è ben accetta. Ed è precisamente per questo che il romanzo - in quanto finzione priva di metrica - è un genere così tardivo.

 7.4.1997. Giovane, a mani giunte, lungo la fila di auto ferme al semaforo.

 9.4.1997. «Polonius [To HAMLET.] My lord, I will take my leave of you.

Hamlet    You cannot, sir, take from me anything that I will not more    willing part withal - except my life, except my life, except my life.»

11.4.1997. «ai)\ ga/r, Zeu= te pa/ter kai\  )Aqhnai/h kai\  )/Apollon,

                mh/te tij ou)=n Trw/wn qa/naton fu/goi, o(/ssoi e)/asi,

                mh/te tij   )Argei/wn, nw=i+n d'e)kd=u=men o)/leqron,

                o)/fr' oi)=oi Troi/hj i(era\ krh/demna lu/wmen.»

                                                            Il., XVI, 97-100.

«Solo noi due sopravvissuti alla sventura» come versione totalizzante del desiderio di essere soli. Con in più quell’impulso a salutare come benvenuta qualunque manifestazione del caos, qualunque distruzione dell’esistente, dalla quale l’eros spera, in qualche modo, di «trarre profitto» (Der Tod in Venedig).

21.4.1997. Ieri: «Crucis Christi mons Alvernae / recenset mysteria». Il misticismo concentrato del giovane frate che medita la crocefissione. La forza e la qualità dell’esperienza che originano dalla inconsapevolezza. Quello che è il posto giusto per uno può essere, per un altro, il posto più sbagliato possibile. Neid und Verzweiflung.

La cosa migliore: il congiuntivo sempre sbagliato, che viene sempre corretto con uno scatto di rabbia istintiva contro se stessi (anche perché è una delle poche smagliature del narcisismo).

Come per il libro antico il valore consiste, più che nel testo in sé, nella sua collocazione in una data epoca, così per la scrittura: non ciò che abbiamo scritto conta, ma il fatto di averlo scritto in quel momento. In questa specie di gusto antiquario per la propria scrittura il piacere deriva dall’illusione di unità dell’io nel corso del tempo.

Nel corridoio delle stimmate, il canto all’unisono dei frati, con l’unico ornamento dell’eco dalle pareti ricurve, niente affatto statico, ma come movimentato dall’emozione, e che si ferma ogni volta come sospeso. La finestra in fondo al corridoio, protagonista di tanti sogni. La preghiera letta a voce alta nell’oratorio microscopico di s. Antonio, mentre io esco in punta di piedi. «La testa è dura».

«Die Namen überwachsen, kaum zu lesen».

25.4.1997. Ieri lo sguardo dal basso in alto di A., dove la paura è attenuata solo dalla inconsapevolezza. Tentativo di adeguarsi a uno dei tanti schemi proposti dal senso comune, con partecipazione interiore assai minore di quanto mi ero aspettato immaginandomi in questa situazione.

27.4.1997. Solo nella catastrofe vi è conoscenza; solo in ciò che contraddice ogni desiderio di ordine e felicità.

29.4.1997. La dialettica secondo Adorno: «Il pensiero non è costretto a contentarsi della propria normatività; è in grado di pensare contro se stesso, senza rinunciare a se stesso. Se fosse possibile una definizione della dialettica si dovrebbe proporre questa» (Dialettica negativa, p.126). In tal caso, la dialettica ha un campo di applicazione limitato, e appare piuttosto come il tentativo di annullare, con mezzi puramente retorici, il principio di non contraddizione.

1.5.1997. L’intento non è l’abolizione di ogni filosofia morale, ma l’esigenza di ricostruirla solo dopo essere arrivati ai confini della teoresi e del linguaggio stesso. Questo è il vero «assalto al confine». Chi invece si occupa solo di filosofia morale - in forma ormai indistinguibile da una sociologia che confina con il giornalismo - rimane per lo più preda del linguaggio. Invece, per capire davvero ciò che ci aspetta, bisogna se non eliminare portare al minimo il rumore di fondo della retorica.

C’è affinità profonda tra l’accentuazione kafkiana del quotidiano e il tentativo filosofico di additare la differenza fra le parole e le cose. Il linguaggio raggiunge la massima aderenza al reale nella meschinità di ciò che è accidentale.

Al saluto pasquale del cristiano ortodosso: «Xristo/j ane/sth» si risponde «Alhqino/j ane/sth». Il concetto di a)lh/qeia è percepito qui con chiarezza; ciò che succede, succede veramente, giacché per tutti - salvo che per il filosofo confuso dalla sua stessa filosofia - la verità è una e una sola. Prototipo della posizione contraria: Rorty come descritto a p. 180 della Filosofia del novecento di Bodei.

2.5.1997. S.: «Michele, a me la signoria del lembo». L’intervento salvifico ex machina ha un suo varco cronologico preciso: prima e dopo di esso non solo è inutile, ma è letteralmente impossibile.

6.5.1997. Sera ventosa e asciutta dopo un giorno di foschia. Quel tipo particolare di felicità che non è il suo concetto astratto, ma la categoria specifica per te.

13.5.1997. «Catastrofe» contiene ancora il significato di finitezza che deriva dall’origine teatrale della parola; in questo il termine partecipa della chiusura tipica di ogni opera di invenzione. Chiamiamo così catastrofe ciò che ha un inizio e una fine delimitati nel tempo (la qual cosa la rende idonea a essere trattata come evento significante nella struttura dei cinque atti). Ma non è questo che intendo quando uso il termine; oltre all’evento improvviso (che può iniziare, ma difficilmente ha un termine sicuro; la morte non è in questo senso un termine) c’è la catastrofe del tempo irrecuperabile, di cui è ignoto l’inizio, e la cui fine si protrae ben al di là del quinto atto.

19.5.1997. «Not one of all the purple host

                    who took the flag today

                    can tell the definition,

                    so clear, of victory,

 

                    as he, defeated, dying,

                    on whose forbidden ear

                    the distant strains of triumph

                    break, agonized and clear.»

 

E.  Dickinson, Success

 

L’illusione di linearità e irreversibilità del tempo è confermata anche da quella forma di estensione della memoria individuale che è la storia (questa ingannevole al pari di quella).

«Alle soglie del duemila»: una specie di marchio di fabbrica del discorso erroneo.

27.5.1997. Ricchezza e nettezza di contorni come fattori di selezione automatica.

Affezionarsi ai propri pensieri è più facile quando ciascuno di essi è legato a un’immagine, come un padrone è legato al proprio cagnolino. Niente di male, però è importante che non sia il cagnolino a scegliere il percorso (come avviene nel caso di Adorno).

30.5.1997. «Ma in paradiso c’è il mare?».

2.6.1997. Sulla necessità della catastrofe:

     «Quo magis in dubiis hominem spectare periclis

       convenit, adversisque in rebus noscere qui sit;

                   nam verae voces tum demum pectore ab imo

                   eliciuntur, et eripitur persona, manet res.»  Lucr., III, 55-58.

E più sotto:

                «Ex hominis vero facie pulchroque colore

                  nil datur in corpus praeter simulacra fruendum

                  tenuia; quae vento spes raptast saepe misella.» IV, 1094-1096.

«L’ingresso al convento è severamente vietato ai borghesi». Il desiderio di radicalità e di purezza che sta agli antipodi della famiglia borghese.

9.6.1997. «Mille anni sono per Lui come il giorno di ieri che è trascorso».

10.6.1997. Essendo il mondo, con certezza, indistruttibile (Kafka, Schopenhauer, Barbera), l’unica soddisfazione che possiamo prenderci è distruggere non il mondo ma il suo senso. Questo è il compito della filosofia. Vero è però che si tratta di un compito analogo a quello di Sansone nei confronti dei Filistei.

Enea che tenta di abbracciare il padre è immagine della conoscenza storica. Ogni tentativo di avvicinamento al linguaggio altrui - che è testimoniato, oltre la morte, dalla scrittura - manca di reciprocità, il nostro slancio di viventi si perde nella natura fantasmatica del linguaggio. Ogni volta, però, ce ne dimentichiamo.

11.6.1997. L’oracolo di Apollo su Plotino in Porfirio, 22. Quando sono alla fine, gli dei parlano in stile elevato (e anche artificioso, e un po’ ridicolo). Cfr. invece l’efficace povertà della koiné nel NT.

La conoscenza degli dei coglie il fondo delle cose, la loro natura è tale  «w(/ste to\ ba/qoj e(lei=n a)n dunhqh/nai» (Porf., Vita Plotini, 23).

18.6.1997. La canzone è, sotto un altro punto di vista, la via lubrica trovata dalla poesia per raggiungere nuovamente l’oralità, dopo secoli di pura - o quasi pura - scrittura.

«a)ll' ou)de\ gnw=sin ei)=nai fa/nai ei)ko/j, w)= Kratu/le, ei) metapi/ptei pa/nta xrh/mata kai\ mhde\n me/nei. ei) me\n ga\r au)to\ tou=to, h( gnw=sij, tou= gnw=sij ei)=nai mh\ metapi/ptei, me/noi te a)\n a)ei\ h( gnw=sij kai\ ei)/h gnw=sij. ei) de\ kai\ au)to\ to\ ei)=doj [440b] metapi/ptei th=j gnw/sewj, a(/ma t' a)\n metapi/ptoi ei)j a)/llo ei)=doj gnw/sewj kai\ ou)k a)\n ei)/h gnw=sij: ei) de\ a)ei\ metapi/ptei, a)ei\ ou)k a)\n ei)/h gnw=sij, kai\ e)k tou/tou tou= lo/gou ou)/te to\

gnwso/menon ou)/te to\ gnwsqhso/menon a)\n ei)/h.» Sempre a proposito di Cratilo, 440a: è vero proprio il contrario. E’ conoscibile solo ciò che muta; per questo - e per la natura diacronica del linguaggio - è inconoscibile ciò che si colloca fuori del flusso temporale, nella forma in cui quest’ultimo ci è noto.

19.6.1997. «Senza alcun ordine la danza sia». L’eros crea disordine ad arte, secondo un suo ordinato disegno.

Epicuro che gioca agli astragali in Diogene Laerzio, IX. Cfr. Der Kreisel.

«Ma tu dal fumo e dal vortice tieni lontana la nave». Citato come metafora della meso/thj da Aristotele (Eth. Nicom., 1109a). Fumo e vortice sono dunque percepiti come i due eccessi opposti.

Interpretare Kafka  filologicamente. Il recupero della variante ha anche il senso di coordinare lo sforzo interpretativo su ciò che «è stato effettivamente detto».

21.6.1997. L’impossibilità di entrare realmente a far parte della minoranza discriminata, e la conseguente disperazione di appartenere sempre a una maggioranza. «Persino il mio gruppo sanguigno è dei più comuni».

In ogni momento, e non solo quando lo dissi ad Alimini nel 1987, la sensazione è quella: «Ancora non è troppo tardi, ma sta per esserlo».

Il gelato nel Prater gustato da Mozart nel giorno della morte del padre (e per contrasto la sua lettera melodrammatica all’amico); l’incontro fra Goethe e Lotte, a Weimar; le autoaccuse di Kafka. La grande personalità è percepita - o si percepisce - come insensibile. Questo perché ciò che viene comunemente definito sensibilità è in realtà la celebrazione di un rito cui partecipano almeno due persone sulla base di un codice comune. Se il codice di uno dei due è deviante, l’incastro non si realizza.

22.6.1997. Maglietta gialla e pantaloncini bianchi, scomparsi entrambi in un corridoio a fondo cieco. L’abitudine alla letteratura induce a pensare, contro ogni legge statistica, che a un evento inusuale debba subito seguirne un’altra serie, senza esclusione di quegli eventi che sconfinano nel soprannaturale.

24.6.1997. «Il rondò dell’inutil precauzione».

25.6.1997. Le espressioni che definiscono immediatamente e senza possibilità di appello la scarsa coscienza linguistica del parlante. «E questo titolo non è casuale!».

La frase kafkiana sul sabato dello spazzacamino e l’idea - che segue subito dopo - di una lotta fra il «grand’uomo» e il suo tempo derivano da un’opinione di Schopenhauer riferita (senza ulteriori riferimenti bibliografici) da F. Volpi in Belfagor, XLII, 2, 258 (1987): «La mia epoca e io non siamo fatti l’una per l’altro: questo è chiaro. Ma bisogna vedere chi di noi due vincerà il processo di fronte al tribunale dei posteri».

 6.7.1997. «Perché no?». Buona parte delle motivazioni che impediscono l’azione sono fittizie, e fondate su ragioni inconsce e irrazionali. Questo però non è un valido argomento per trascurare tali ragioni. Come l’intuizione è un calcolo molto più veloce, così il comportamento irrazionale nasconde in molti casi una razionalità molto migliore e meno superficiale.

 7.7.1997. Ieri l’altro a Vinci, il campo di girasoli nel vento di maestrale, di sera.

 Difficilmente il vento di maestrale soffia per più di due giorni; lo scirocco, invece, può durare per mesi.

 Detto al telefono: «Guardiamoci negli occhi».

 8.7.1997. Difficilmente in Kafka il centro della scena è occupato dalle categorie etiche; molto più spesso invece da quelle logiche. Non hanno rilevanza ad esempio l’umanità o la compassione, mentre ne hanno moltissima l’individualità (come principio di identità), il sillogismo, la posizione. Questo pathos della logica è una lotta contro la bilogica dell’identità per attributo, che è invece l’arma principale della letteratura premoderna, finalizzata alla presentazione di personaggi «indistinti» dal punto di vista della funzione posizionale, anche se ricchissimi da un punto di vista psicologico. (E’ totalmente indifferente che il bastonatore provi o meno sensi di umanità; fondamentale è invece la dipendenza del suo comportamento dall’essere pagato oppure no, il suo essere subordinato e fino a che punto. Cfr. anche nota del 21.9.1996).

 Rispetto alla letteratura, la musica possiede minore capacità di penetrazione nella vita quotidiana, per l’ovvio motivo che una struttura non verbale poco si presta alla citazione (e la citazione può anche essere non solo implicita, ma puramente virtuale, una specie di flatus linguistico che permea di sé il linguaggio ordinario).

 10.7.1997. L’interesse (poi quasi scomparso) che avevo da bambino nei confronti dell’astronomia era – a pensarci ora – un desiderio di orientamento. Come un nuovo assestarsi della posizione relativa degli oggetti; così, grande impressione nell’apprendere la posizione del sistema solare all’interno della galassia (dunque anche questa stanza, e io stesso, siamo collocati così), e stupore e incredulità nell’osservare che il mondo degli adulti riteneva tale informazione assolutamente irrilevante.

 11.7.1997. L’opinione aristotelica secondo cui non esistono filosofi ragazzini è in accordo con la natura stessa della filosofia come attività aggressiva nei confronti della realtà. Chi per disposizione tende ad appropriarsi dell’oggetto d’amore aspetterà di avere una certa maturità per trovarsi «a proprio agio» in questa attività. Il vero Don Giovanni non è mai un amante precoce (ed è per questo che ci immaginiamo invece Cherubino rapidamente accasato e imborghesito vicino alla sua Barbarina).

 Il tempo è formalmente irrappresentabile: la sua descrizione in termini di prima e dopo secondo un senso è un inganno linguistico, che si appoggia sulla analogia con la rappresentazione di una retta, o con la direzione della lettura da sinistra a destra, dimenticando che questa interpretazione diacronica di una rappresentazione sincronica come la retta o la riga di stampa è puramente convenzionale; tant’è che la lettura/scrittura può benissimo essere invece in direzione opposta, o alternante. Questa confusione fra una convenzione geometrica e un dato fisico come il tempo genera l’illusione di una prosecuzione lineare. – E sulla base di questa irrappresentabilità non l’esistenza, ma la percezione del tempo andrebbe ridiscussa.

 L’improvvisa scomparsa del carico sulle vertebre quando, dalla posizione eretta, ci si abbandona all’acqua. Il mare come forma di alleggerimento.

 Si impara più dalla bellezza che dall’intelligenza; questo nell’accezione alta del termine «imparare», nel senso cioè di chiarire definitivamente a se stessi ciò che, implicitamente, si è sempre saputo. Da questo punto di vista la letteratura dovrebbe veicolare più cultura della filosofia; e spesso avviene così, ma ancor più spesso la buona filosofia prende spunto dall’esperienza estetica per eliminarla poi con il maggior rigore possibile. Senza questo rapporto con la bellezza – che è veramente dialettico – non ci sarebbe filosofia.

 12.7.1997. Straordinaria è la capacità di Thomas Mann di ingannare il proprio critico, facendogli sempre apparire l’interpretazione come più semplice di quel che è realmente (ed è forse un espediente rubato a Goethe, anche lui accusato di «superficialità di pensiero»). Questa complessità del semplice è per la verità la sua caratteristica più importante, e ancora non smette di ingannare i suoi commentatori, in positivo o in negativo (così adesso dopo la pubblicazione dei diari).

 Predominanza del «senso per l’inquadratura» nella descrizione del mondo, come chiara influenza del cinema sulla Weltanschauung (termine stavolta appropriato) di questo secolo, e forma tutta peculiare della sua falsificazione. Per la prima volta la visione spezzetta realmente il mondo; la pittura era ben lungi dall’avere questo potere, e le altre arti figurative canoniche (scultura, architettura) addirittura collocavano l’opera all’interno di un mondo aperto. Il cinema invece sottrae l’inquadratura al mondo, grazie alla complicità del «buio in sala». Questa modalità di chiudere il mondo nell’inquadratura per descriverlo compiutamente è illusoria, come d’altronde avverte anche Nietzsche nella seconda Inattuale: «ein Aberglaube jedoch ist es, daß das Bild, welches die Dinge in einem solchermaßen gestimmten Menschen zeigen, das empirische Wesen der Dinge wiedergebe. Oder sollten sich in jenen Momenten die Dinge gleichsam durch ihre eigene Tätigkeit auf einem reinen Passivum abzeichnen, abkonterfeien, abphotographieren?» (6, p. 111).

 13.7.1997. Il linguaggio «basso» è deputato all’incipit del Trauerspiel. Così lo «schwäbische Mundart» in Kabale und Liebe, ma anche le prime scene fra il popolo nel Götz e nell’Egmont.

 L’impressione è che la vita, di per sé, sarà degna di memoria. Invece non si sottolinea mai abbastanza che, al di fuori della scrittura, non resterà niente di niente.

 In Schiller la «battuta fulminante» è in realtà il vero punto di articolazione del dramma; in quanto tale ne andrebbe studiata non solo la struttura retorica,  ma anche la distribuzione nella struttura chiusa dell’opera, e i suoi rapporti con l’efficacia scenica. Questo modo di strutturare il teatro è agli antipodi del gusto attuale. Ma andrebbe rivisitato dal punto di vista della soddisfazione onirica procurata dall’efficacia linguistica (cfr. nota del 7.3.1997); il «plaisir du texte» è in questo caso funzionale alla compattezza drammatica, e se ne infischia (piacere aggiuntivo) di ogni istanza realistica.

 15.7.1997. Credere nella realtà di una storia oggettiva, nella possibilità o impossibilità di studiare «was es eigentlich geschehen», significa contestare l’inesistenza del passato, e cioè porre diverse categorie di esistenza per gli eventi realmente accaduti e quelli solo ipotetici o addirittura falsi. Il passato non è dunque inesistente al pari di ciò che non è mai stato, anzi è esistente quanto il presente ma in un altro modo, ad esso parallelo. In questo modo il tempo sfuma nell’irreale, tutti gli eventi «reali» sono in realtà sincroni ma collocati l’uno rispetto all’altro in maniera diversa, e in una maniera che la nostra geometria non sa descrivere. Così si salva, tra l’altro, anche il principio irrinunciabile della unicità del reale.

 21.7.97. «Ti ricorderò finché vivo».

 1.8.1997. «Intorno a…» come delimitazione del confine («Perˆ…»).

 Sulla alterità dell’accadere storico: ciò che si origina dal nulla è il principio formale.

 2.8.1997. Spazio e tempo hanno in comune il fatto di essere per principio inconoscibili in via diretta a motivo della loro ricorsività.

 Postulare l’essere è altrettanto snaturante quanto enunciare il principio di identità.

 6.8.1997. E’ la quotidianità dell’automobile a fondare la modernità del crash. L’incidente stradale è irredimibile perché nessuna lirica è possibile a proposito del volante piegato o delle ruote divelte, dato che le vediamo,  quando sono intatte,  tutti i giorni. Ciò elimina anche ogni vera tragicità: non è un destino esterno contro cui bisogna lottare, ma solo una delle tante espressioni dell’indifferenza del reale.

 Curioso ma sicuro è il fatto che solo i libri di filosofia morale, e per di più anche quando non condivisibili in quasi nulla, possono spingere alla teoresi.

 Quantità di pensieri nati dall’osservazione del golfo – anzi, per essere precisi dal profilo dei suoi monti a occidente.

 E’ vero che l’eros è adeguamento a un modello; è come lo stupore che origina dall’osservare l’idea platonica di «sorriso», «sguardo» ecc. improvvisamente visibile nel particolare. In questa tensione fra universale e particolare, e nel continuo confronto fra i due piani, si nasconde il batticuore.

 Il disordine è bello solo perché è uno dei tanti volti dell’inconsapevolezza. Ed è per questo, va anche detto, che lo si può amare solo negli altri.

 L’eros è dissidio – che comunque antagonizza la dedizione all’«idea»: cfr. S. Kierkegaard, La ripetizione, Milano 1996, p. 122: «Appartengo all’idea…. nessuno mi chiama a pranzo, nessuno ritarda la cena».  Anche qui, Regina è il fantasma di Felice.

 Ibidem, p. 128: «Esistono eccezioni. Se non sono spiegabili, non è spiegabile nemmeno l’universale». Questo è il vero rapporto tra l’eccezione e la regola.

 12.8.1997. Fedro: la scrittura «non risponde a chi la interroga».

 13.8.1997. «Kio krablas en la fundo».

 20.8.1997. Al confine fra due mondi.

 Il fatto stesso che nella letteratura tedesca si desideri così intensamente arrivare a capire la realtà ontologicamente intesa, e che per questo il connubio fra letteratura e filosofia sia così stretto, fonda quasi involontariamente un’altra idea di realismo, al cui confronto Zola e Flaubert praticano il genere fantastico.

 21.8.1997. La  sensibilità per la letteratura e, nel contempo, per la logica, consente da un lato di individuare velocemente le incongruenze di una traduzione e, dall’altro, di accedere per una via privilegiata alla comprensione dell’idea kafkiana di «moderno».

 Alterità e creazione. Creare è come conoscere: bisogna per forza essere diversi da ciò che si crea per poterlo creare; nulla di ciò che facciamo è fino in fondo «a nostra immagine e somiglianza». Ciò vale a maggior ragione, come ha osservato Kafka a proposito della conoscenza, anche per la creazione della verità.

 28.8.1997. Materia e segnale nella carrozza della giostra. Sul contrasto fra i due elementi si inserisce il sentimento unheimlich.

 Il teschio della beata Teresa Bracco, da cui si poteva immaginare la bellezza in vita.

 29.8.1997. La natura e gli uomini tentano sempre, in prima istanza, di regalare all’individuo il destino comune, che non è la grande tragedia e nemmeno l’infelicità, ma, molto più semplicemente, l’indifferenza in vita e il rapido oblio in morte. Da parte sua l’individuo è per lo più abbastanza vile da considerare una fortuna questo destino al di là del bene e del male, salvo rendersi conto confusamente, dopo averlo vissuto, che il tutto non aveva quel significato che gli veniva attribuito in gioventù (e questa si chiama allora depressione «primaria», apparentemente senza causa immediata. Ma è solo la scarsa lucidità dell’individuo a renderla tale). La semplicità di questo «vivi nascosto» è d’altronde la più conforme alla semplicità del reale, in realtà è la memoria ad essere deviante, o per dir meglio deviante è l’uso culturale che ne facciamo.

 Vento fortissimo di maestrale. Verso gli scogli, solo il bianco della schiuma. Più al largo, il mare formato si divide in due strisce orizzontali, una verde chiaro e una blu, più lontana.

 31. 8.1997. Quando si parla di eros e thanatos, non bisognerebbe mai dimenticare che i due termini non stanno sullo stesso piano, e che la morte è cosa assai più seria dell’eros, perché coinvolge le categorie logiche e non quelle emozionali. Ogni discorso sull’eros, anche il più elevato e importante, non sfugge al sospetto di essere, dopo tutto, una filosofia da rotocalco.

 4.9.1997. Leggerezza della parola kafkiana, anche questa documentabile solo in base al passo cassato; così era troppo forte dire che Josef K. viene «gefangen», e il termine è sostituito da un più sottile e al tempo stesso risonante «verhaftet». La terminologia burocratica, che viene a sostituire quella più brutalmente creaturale, intende smussare l’esibizione di letterarietà, appiattire la frase e renderla al contempo più sottilmente ricca di connotazione.

 Oltre all’importanza dei passi cassati, andrebbe sottolineata quella dei passi errati e volutamente lasciati nel testo definitivo: è il caso della spada in mano alla Statua della Libertà nel primo capitolo del Verschollene (che ha avuto anche la consacrazione della stampa,  vivente Kafka). Esiste in Kafka una funzione retorica dell’incongruenza logica.

 5.9.1997. L’esistenza concreta di «ciò che è stato» va ben al di là delle possibilità di registrazione della memoria. I mille dettagli del reale restano nel ricordo in una pallida forma compendiaria – con tutto ciò non sono affatto «perduti».

 13.9.1997. In Kafka non solo l’attenzione è diretta al sotto-quotidiano, ma di quest’ultimo è evidenziata la segreta parentela con il comportamento rituale; d’altra parte la sua descrizione è non solo descrizione del rito, ma anche essa stessa scrittura sacra suscettibile di interpretazione infinita.

 17.9.1997. Il dio come identità dei contrari secondo Eraclito (B67).

 21.9.1997. G. e l’eros al telefono: «Lo sapevo che eri tu». E’ l’anticipazione che inaugura anzitempo il canale comunicativo (Barthes e l’allucinazione telefonica: fenomeno simile, ma non si gioca sul tempo).

 25.9.1997. La sticomitia non si gioca mai fra due personaggi con identica funzione testuale, ma il dialogo è sempre unidirezionale, alternato fra una iniziativa e una risposta. Uno dei due vorrebbe sempre «chiudere il discorso». E siccome le «battute conclusive» sono spesso gnomiche (dato che il riferimento a una saggezza universale sembra incontestabile, non suscettibile di essere contraddetto, e quindi conclusivo in forma radicale), ne deriva che la sticomitia ha frequentemente carattere sentenzioso – comprendendo anche sentenze di secondo grado, in risposta o modifica della gnome altrui.

 29.9.1997. Il solito sentimento di fugacità del bello. L’idea tristaniana di eros è incongrua, perché applica il concetto di assoluto e universale proprio a ciò che è per definizione transitorio e particolare. Ma è proprio da questa incongruenza che essa ricava il suo pathos.

 La signora di mezza età, curva a zappare nel campo lungo la strada, che indossa una T-shirt con un enorme punto interrogativo rosso sulla schiena.

 In realtà siamo vivi pochissimo – in senso quantitativo e non cronologico. Il raggio di percezione è piccolissimo rispetto al buio della non percezione, che copre quasi tutto il resto. (E’ per questo che abbiamo pensato, da Platone in poi, di fondare la conoscenza come svincolata dalla percezione. Anche questa fondazione però può essere discussa.)

 30.9.1997. Nell’opera (e nella musica sacra) deve esserci congruenza profonda fra la situazione scenica e la soluzione musicale; nella musica strumentale fra lo stilema e l’idea preesistente che abbiamo di quel compositore.

 8.10.1997. Danse macabre di Saint-Saens. Ritmo ternario e incertezza del confine modale – quasi a esprimere da un lato l’inarrestabilità del flusso temporale (proprio laddove questo, in realtà, viene meno), dall’altro l’indifferenza emotiva come coesistenza di opposti che si elidono a vicenda (dato che un modo, in musica, bisogna pur sceglierlo).

 10.10.1997. Fa pensare che, come sinonimi di «importante», vengano utilizzati termini tratti dalla filosofia teoretica («reale») o dalla semantica («significativo»). E’ un tentativo incoscio di legittimare una categoria emozionale e perfettamente inesistente nella realtà con un’estensione della logica all’emozione.

 In conseguenza della sua perdita di importanza come arte a sé stante la musica subisce una progressiva semplificazione. Ma poiché è divenuta elemento di una struttura assai più complessa (il cinema, la sessione jazz, il concerto rock), il grado di complessità del sistema nel suo insieme aumenta.

 12.10.1997. E’ proprio l’atto di «capire» che, alla fine, non ha importanza. (Ma anche capire questo non ne ha, la ricorsività è onnicomprensiva come lo era, per Parmenide, l’essere.)

 «Yummy». L’innovazione linguistica, come lo stilema musicale, nasce come trasgressione e muore come conformismo. Ma già nella trasgressione iniziale c’era il segno odioso della stupidità.

 13.10.1997. Ieri, al Forte, il signore borghese massiccio che spinge una carrozzella con dentro un bambino borghese massiccio. L’odio è una forma di condivisione dei valori; o perlomeno delle strutture in cui tali valori si collocano. Chi si pone «al di fuori» (molto più in là, quindi, della Umwertung) percepisce in questi casi piuttosto una rilassata forma di Mitleid. (E’ un’idea che sembra nietzschiana, lo so. Invece lo è molto poco.)

 L’idea che esista non una freccia del tempo ma una coesistenza di spazio-tempo plurimi e diversi, dotati di diverse memorie ma in fondo simultanei (se quest’ultimo aggettivo può ancora avere un senso) – tutto ciò contribuisce alla disgregazione del principium individuationis.

 Sinfonia K 126. Lo stile giovanile di Mozart è più semplice di quello dei contemporanei. Il sigillo mozartiano sta appunto in questa semplicità giocosa che si rende complessa solo in alcuni accenti, e quasi «malgré lui».

 L’essere e le categorie logiche sono tentativi di formalizzazione che in quanto tali appaiono illegittimi. (Ma sarebbe allora illegittima la stessa filosofia? E sempre magari sulla base della ricorsività?)

 31.10.1997. «Ohibò … tempo non ha, scusate». Nella scena con il Commendatore, le buffonerie di Leporello sono importanti almeno quanto le risposte di Don Giovanni. Sono la venatura comica che mette in crisi la compattezza inequivocabile cui il romanticismo vorrebbe piegare Don Giovanni.

 6.11.1997. Il sapore  scomodo del Dasein giovane, assai diverso dalla percezione che della giovinezza ha un osservatore esterno ad essa (un po’ come la camera oscura di Schopenhauer).

 Avere coraggio di fronte alle questioni universali: è una cosa che puo’ succedere a chi, nella vita di ogni giorno, appare debole e inadeguato a decidere con energia sulle questioni pratiche importanti, e che in realtà riserva  la sua energia a un altro tipo di indagine. Invece il “senso pratico”, che però non ha il coraggio di misurarsi con la metafisica, alla fine naufraga nella depressione senza oggetto, e non ne capisce nemmeno il perché.

 9.11.1997. Ciò che più infastidisce dell’habitus borghese è la simulazione di felicità, che si esercita all’ombra dell’ignoranza intenzionale e della vigliaccheria.

 Gelosia non come dolore per la condivisione di un possesso fino ad allora ritenuto privato, ma come timore di un silenzio imminente, di un rifiuto alla condivisione.

 12.11.1997. Al mattino pioggia, e, nel buio, piccole luci lontane. L’oggettività della sofferenza è un formidabile mezzo per sopportarla.

 13.11.1997. Il tramonto di ieri. Se Nietzsche (in Morgenröte) poteva ancora parlare del silenzio della natura, oggi la natura si mette un dito sulle labbra per imporre il silenzio anche a noi.

 Vento gelido sulla spiaggia disordinata, i pescatori in piedi accanto alle canne piantate oblique nella sabbia. L’emozione che deriva dalla lucidità di capire le cose nella loro essenza, questa è la cosiddetta emozione tragica.

 15.11.1997. Il piacere di archiviare un libro, di finire una traduzione, di mettere il punto conclusivo a una frase – è il piacere di aver messo in cassaforte il tempo, la gioventù, il transitorio.

 Per nessuno il Kunstwerk datato è così insopportabile quanto per il suo autore.

 17.11.1997. La ciritica kafkiana tradizionale (Sokel, per fare un nome) ha per lo meno il merito di enunciare la struttura sintattica kafkiana, nella quale si nasconde il vero segreto (che è poi un segreto tautologico, e proprio per questo inafferabile: il che significa enunciabile ma non interpretabile).

 21.11.1997. La vera curiosità riguarda non come le cose evolveranno, ma come esse finiranno, dato che una fine, nella concreta realtà, dovrà pur esserci prima o poi. L’interesse verso t¦ œscata è riservata alla lucidità dell’estremo; e non ha utilità – ovviamente – per il poi, ma si riverbera sul prima.

 23.11.1997. Produzione di senso e non di bellezza (se non, appunto, della bellezza del senso). E’ come il rapporto fra metafora e metonimia, o fra critica letteraria e letteratura secondo Barthes.

 25.11.1997. Segnalare la differenza fra le parole e le cose: è il compito opposto a quello della filosofia tradizionale, che pur allontanando le parole dalle cose pretendeva, senza dirlo, di esibirne la coincidenza.

 27.11.1997. Il borghese è indifeso di fronte al sogno perché in esso viene a confronto con la propria creaturalità in una forma che fa fatica a mediare (come nel sesso, per il quale ha tuttavia elaborato il matrimonio, o per la morte, per la quale ha tuttavia elaborato il funerale. Per il sogno invece non esiste alcun tipo, neppure parziale, di mediazione sociale, ma solo la repressione, che si manifesta come oblio: «Io non sogno mai»). Solo per l’artista l’attività onirica è attività in senso proprio, di cui non è indispensabile vergognarsi (d’altronde, i motivi di vergogna sono per lui già così numerosi che uno più o uno meno non fa differenza).

 Durante l’insonnia notturna si può percepire la morte come un’improvvisa stanchezza, un cedere dello sforzo di mantenere un gradiente termico fra sé e l’ambiente.

 29.11.1997. «Non succede nulla». Almeno questo viene contraddetto dalla musica, che è l’ambito in cui «per principio» succede qualcosa; molto più del linguaggio, che prevede accanto a all’uso letterario un uso quotidiano. Il desiderio di musica è invece desiderio di eventi non quotidiani.

 3.12.1997. «Adonai echad». Da Parmenide in poi, il sentimento di unità del tutto è il riflesso della percezione unitaria dell’io. All’estremo opposto, l’annientamento dell’io comporta il sentimento nichilistico di inesistenza in quiete. Ogni politeismo (ogni frammentazione) sta sulla strada fra questi antipodi.

 4.12.1997. Chi vive al di qua del velo di Maya ha torto e ragione al tempo stesso: torto perché le cose, in generale, non stanno come pensa lui, e la loro importanza relativa non corrisponde alla scala di valori che egli pone; ma ha ragione nell’idea implicita (e anche ricorsiva) che non importa sapere come stanno realmente le cose.

 La seduzione non appartiene all’ambito della parola, ma a quello del gesto; di per sé la seduzione è afasica.

 6.12.1997. Diversi livelli della connotazione (così nelle quasi infinite possibilità di sfumatura connesse all’intersezione con le espressioni dialettali. Es. in Paolo Conte: «Anda!»).

 8.12.1997. La mirabile obiezione a Zenone in Phys. VI, 2, 223ab è propriamente aristotelica in quanto identifica subito il sofisma nell’utilizzo ambiguo del termine «infinito» (non nell’utilizzo del concetto, che è di per sé ammesso). In questa lucidità nell’analisi del linguaggio (lucidità antisofistica per definizione) Aristotele è il prototipo del filosofo, è l’esempio utile per la definizione di cosa è la filosofia. Una simile lucidità nella soluzione di Russell del paradosso della «classe delle classi che non comprendono se stesse», dove la scoperta di un’analoga ambiguità verbale (stavolta relativa alla parola «classe») porta alla formulazione della teoria dei tipi.

 10.12.1997. Non esiste una dualità fra ignoranza e immortalità; non si può rinunciare a una sola di esse, l’ignoranza è l’immortalità. Questo nel senso che la percezione di «mortalità» è indistinguibile dalla fede nel’esistenza dell’io, fede che è resa possibile solo dalla conoscenza.

 13.12.1997. La ripugnanza verso l’uomo come percezione di ciò che in lui è automatismo e assenza di individualità.

 Mentre parlo al telefono, il signore elegante che fruga nella cesta dell’immondizia.

 Il femminile come portatore della superficialità dell’esistere, e della mediazione borghese (secondo una tradizione letteraria che include anche per esempio Buzzati).

 17.12.1997. «Muore fulminato dalle luci di Natale mentre addobba il giardino».

 18.12.1997. Che un contrasto insanabile determini il sentimento «verwirrend» è ben comprensibile; non si comprende invece il falso senso di sicurezza che deriva dal consenso dei giudizi. E’ questo che fonda in certo modo la storicità di Goethe, la sua appartenenza al proprio tempo. (Il dissidio infatti non cessa mai: quando nessuno ci contraddice più, sentiamo un’obiezione anche nel silenzio).

 21.12.1997. Adatto per Kafka: «La crudeltà, almeno in letteratura, è segno di elezione» (E. M. Cioran, La caduta nel tempo, Milano 1995, p. 96). Più precisamente forse: l’estremismo della crudeltà.

 24.12.1997. Non si rinuncia mai a qualcosa di generale, ma sempre a un oggetto o a una persona particolare; e anzi, ancora più dolorosamente, a un particolare di quella persona particolare: alla voce, a un’espressione dello sguardo.

 Abschied und Entsagung. E’ bene favorire l’inconsapevolezza della rinuncia: rinunciare definitivamente a qualcuno senza avere l’aria di farlo, magari ripromettendosi un futuro nuovo incontro. Anche la morte in fondo diventa intollerabile solo quando la si prevede con certezza in un tempo definito.

 31.12.1997. Una vera qualità del potere: «Non enim aurum habere praeclarum sibi videri dixit, sed iis qui haberent aurum imperare» (Cic., De senect., XVI, 55, riferito alla risposta di  M. Curio Dentato ai Sanniti).

 

The Kafka Project 2.2 - Copyright Mauro Nervi © 1999, 2000 - Last updated 23rd December 2000